Street Photography: la strada come set fotografico

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Questo articolo sulla Street Photography è stato pubblicato su Dodho Magazine nel 2016

 

La strada, il set fotografico più grande del mondo.

Non è facile raccontare una storia se si sceglie la strada come set fotografico.

Centinaia di storie che di susseguono incessantemente ad ogni angolo, in ogni vicolo, in tutto il mondo e tutte medesimo istante.

Questa è la street photography, questa è la strada.
Un contenitore, un meraviglioso palco su cui attori involontari interpretano e si raccontano senza soluzione di continuità.

New York 2015

Ad ogni scatto si possono intravvedere degli schemi, relazioni tra il contenitore, cioè la strada, e il contenuto, cioè la vita, in tutti i paesi che ho visitato.

La strada che, come il letto di un fiume, ospita il frenetico scorrere della vita, non lo fa in modo passivo. Al contrario, in un rapporto simbiotico, contenuto e contenitore, si completano e si significano l’uno con l’altro.

Gli interpreti delle storie, ignari di questo rapporto, si trasformano, si adattano e si fondono con la scena, ora per una luce riflessa da un palazzo, ora per un grosso automezzo in divieto di sosta, ora per delle bolle di sapone che esplodono su un turista.

Con la street photography ci troviamo di fronte a racconti, storie, intrecci improbabili che si ripetono e, ognuno di questi, è accolto, sostenuto o osteggiato dalla strada e dalle altre storie.

Roma, Instanbul, New York, Parigi, Tangeri, Marrakesh, Santiago de Compostela… amanti, ballerini, turisti, fedeli, mendicanti,  e semplici pedoni. Tutti elementi iconografici di questo tempo, di questa o quella città. Immersi nel buio o avvolti dalla luce, a colori o in bianco e nero; ognuno di essi è una storia nella storia, è un sentiero nel dedalo complesso delle strade del mondo.

Roma 2017

E’ sempre la strada ad essere protagonista, è sempre il contenitore a plasmare il proprio contenuto. Sia che ci si trovi alla Easter Parade di New York o nella medina di Marrakesh durante il periodo del ramadam.

La strada e la vita, nelle loro infinite sfumature, in mutazione costante, si propongono agli occhi del fotografo, il cui compito non è più solo quello di fissare istanti, ma di interpretare e trasferire le proprie emozioni nello scatto.

Per poter riuscire a raccontare, cogliere, tutte queste sfumature è necessario muoversi come un moderno Flâneur ed essere, per usare le parole di Baudelaire, un botanico del marciapiede, un conoscitore analitico del tessuto urbano che lascia spazio all’esplorazione non affrettata e libera da programmi, oppure, come sostiene Walter Benjamin, riuscire ad essere borghesi disinvolti, non coinvolti ma molto perspicaci.

Ed è proprio questo atteggiamento che ci si rende permeabili alle storie della strada e, di conseguenza, ci permette di coglierne il senso più profondo. Solo se lasciamo che sia la strada a trasportarci, senza opporre resistenza o opponendo pregiudizi, potremo essere parte di essa e delle sue storie, come spensierati passeggiatori tra le vite altrui.

Credo poco negli esercizi stilistici di composizioni estreme o nei dogmi della profondità di campo.

In ogni foto credo sia importante rendere esplicito ciò che ci colpisce maggiormente, lasciando che sia l’istinto a indicarci quel momento decisivo in cui tutto è sospeso tra azione e reazione, in cui, citando H.C. Bresson, “… c’è un momento in cui gli elementi in movimento sono in equilibrio. La fotografia deve cogliere questo momento è tenere immobile il suo equilibrio.”

La scena, la luce, possono essere anche le stesse ma è la strada e la città nel suo complesso, a rendere unico e speciale quell’istante.



(articolo e fotografie di Marco Salvadori)