La fotografia senza compromessi di Anders Petersen

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Anders Petersen

nasce a Stoccolma nel 1944 ed è conosciuto per il suo modo intimista e partecipato di raccontare le storie che lo circondano. I suoi progetti fotografici sono legati ad ambienti inusuali, invisibili agli occhi dei più. I personaggi, gli abitanti di questi luoghi sono i veri narratori dei suoi racconti.

La vita di Anders Petersen inizia a Stoccolma, città dalla quale si allontana ben presto, per poi tornare a studiare Fotografia. La sua vita da studente si divide tra la Svezia e Amburgo. È proprio qui, in uno dei cafè del porto, che il ventitreenne Petersen si imbatte quasi per caso in quello che diventerà uno dei suoi progetti più importanti, nonché, per i 3 anni di frequentazione (1967-1970), la sua seconda casa. Parliamo del Cafè Lehmitz.
La storia vuole infatti che la sua avventura al cafè inizi quasi per caso, con un gruppo di frequentatori del posto che per scherzo iniziano a giocherellare con la sua macchina fotografica, scattando foto ai loro amici e al fotografo stesso.
La sua attitudine a conoscere e stringere amicizia con persone di ogni provenienza, dagli emarginati dalla società a prostitute, protettori, travestiti, ubriachi, tossicodipendenti, e in generale tutti i personaggi della vita notturna e della cultura alternativa dell’epoca, lo spinge a raccontare la realtà in un modo diretto, reale, appassionato. Basta osservare alcuni scatti fatti al Cafè Lehmitz per assaporare le atmosfere e sentire quasi gli odori di quel bar, il chiacchiericcio e le risate sguaiate dei compagni di serata.

“My photography is not ‘brain photography’. I put my brain under the pillow when I shoot. I shoot with my heart and with my stomach.”

Petersen si identifica con i personaggi che fotografa. Anzi di più, li vive e li ama, instaura con tutti loro un rapporto che va oltre lo scatto, considera ogni sua foto un autoritratto.

 

“There, we drink, we dance, we love each other,
we cry, we sing”

Usa un bianco e nero contrastato, violento come la realtà che rappresenta, ma al tempo stesso poetico. Fotografa con una punta e scatta Contax T3, un obiettivo 35 mm e pellicole con sensibilità  ISO 400, e sviluppa lui stesso i suoi scatti. La scelta oggi può sembrare strana, ma è spinta dall’importanza primaria che ricopre per lui il contatto con le persone, prima della macchina fotografica, relegata solo a strumento nelle mani del fotografo.

Il progetto Cafè Lehmitz viene pubblicato anni dopo, nel 1978.

A metà degli anni ’80, Petersen prosegue il suo studio visivo nelle carceri (quasi “vive” in un carcere di massima sicurezza per un lungo periodo, raccogliendo le immagini che daranno vita al libro Fangelse del 1984), nei manicomi e nelle case per anziani, volgendo sempre uno sguardo umano e empatico verso i suoi soggetti, quasi costringendo(ci) a guardare ciò che la società nasconde.

Nel 2003 viene eletto fotografo dell’anno a Les Rencontres d’Arles, nel 2005 viene invitato a partecipare dal Festival di Fotografia di Roma a Commissione Roma, progetto con il quale un fotografo di fama internazionale realizza un ritratto della città in totale libertà interpretativa: nasce così Rome, a diary un diario di scatti e personaggi alienati, isolati dal contesto e non facilmente riconducili all’idea convenzionale della Capitale. Nel 2012 Petersen ritornerà nella città eterna per dar vita a un nuovo progetto, Rome, a diary 2012. un ritratto della vita nelle strade della città.

“I never stop asking questions, in particular about myself. That might seem selfish and it probably is. I wonder who and why I am. Then I’m looking for people, other beings with whom I can identify – women, men, dogs, cats… I think what it’s all about is identifying with people who are like me […] I’m the sort of photographer who loves company, friends, contact […] I’m not interested in causing separation, I want to be close”