L’errore fotografico

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L’errore fotografico: un libro da leggere.

La preoccupazione più grande di ogni fotografo, professionista  e non, è quella della ricerca della perfezione nei propri scatti. Perfezione intesa come assenza totale di errori.

Già se ci soffermiamo sul termine errore possiamo trovare molteplici interpretazioni che, spesso, conducono a significati anche diversi tra loro. L’etimologia, infatti, nasce da dal latino error, derivazione di errare ossia vagare, sbagliare (fonte Treccani), in letteratura errore indica essenzialmente  un ‘allontanamento dal vero‘.

Ma nella fotografia l’allontanamento dal vero non è necessariamente da considerarsi sbagliato.

Attraverso  decine e decine di fotografie ‘errate’ Clémenet Chéroux, nel suo libro “L’errore fotografico – una breve storia”  – Einaudi, ci presenta il concetto di fotografia analizzandolo attraverso gli errori.

Tra gli esempi più noti c’è sicuramente lo scatto sbagliato di Lartigue (Parigi 1912). Una fotografia rimasta chiusa nel cassetto per anni in quanto  considerata un ‘banale errore di ripresa’, nonostante i massimi esponenti del futurismo già elogiassero rappresentazioni della velocità e del dinamismo anche deformando le strutture e le prospettive.

Solo negli anni 50, Lartigue riconsiderò questa stessa foto tanto da considerarla “corretta”.

Altro filone di ‘errore’ fotografico, descritto nel libro, è quello della presenza dell’ombra del fotografo all’interno del fotogramma. Errore talmente frequente nelle foto che la rivista “Photo -Revue“, il 29 Dicembre del 1901, decide di scrivere un articolo con tanto di metodo per evitarlo.

Dobbiamo aspettare il 1920 per assistere alla sovversione di questo principio.

László Moholy-Nagy (pittore, fotografo, designer) include volontariamente la proiezione della sua ombra nelle immagini per sottolineare che la fotografia non è la registrazione oggettiva della realtà ma il prodotto di un dispositivo tecnico regolato da un operatore con una sua soggettività. Pensiero diametralmente opposto alla tradizione fotografica secolare orientata a conservare l’illusione di un medium perfettamente oggettivo e esente dall’intervento umano.

“Il nemico della fotografia è ciò che è convenzionale, sono le rigide regole delle istruzioni per l’uso. La salvezza della fotografia sta nella sperimentazione. Colui che sperimenta non ha idee precostituite sulla sulla fotografia. Non crede che la fotografia, come si pensa oggigiorno, sia la ripetizione e la trascrizione esatta della vista ordinaria. Non pensa che gli errori fotografici debbano essere evitati; sono errori banali solo dal punto di vista storico convenzionale” (László Moholy-Nagy – cfr. Louis Faurer, Centre national de la photographie, Parigi 1992) 

Continuando a scavare tra gli errori banali delle fotografie di oltre un secolo, l’autore ci porta a ragionare sia sul concetto di errore, in continua elaborazione, che sulla necessaria, indispensabile sperimentazione, unica fonte di stimoli e crogiolo di nuovi linguaggi.

Gli errori del linguaggio fotografico costituiscono quindi un eccellente base per l’elaborazione di una grammatica visuale. Per Moholy- Nagy l’errore è infatti un mezzo inesauribile di esplorazione del medium e quindi di scoperta di altri modi di rappresentazione.

Ancora più forte è la posizione di Man Ray, fotografo legato al movimento surrealista, per cui l’incidente è una maniera di abbandonarsi al caso, di far sì che emergano forme visive inedite, nuovi soggetti.

Forzando i principi della serendipity, una serie di fortunati casi, Man Ray, oltre a definirsi “fautographe” [sbagliografo], dichiara anche che, intenzionalmente inserisce errori di ogni genere sia in fase di ripresa che di sviluppo delle sue fotografie, proprio cercando nuove forme visive: “... evitavo di proposito tutte le regole, mescolavo le sostanze più insensate, utilizzavo pellicole scadute, facevo le cose peggiori contro la chimica e la fotografia.”, e ancora:”Ho approfittato degli incidenti. I più grandi studiosi hanno approfittato del caso” Man Ray – 1973

L’errore fotografico è un testo da leggere assolutamente se, come nel mio caso, si è alla ricerca di linguaggi e nuove forme d’espressione, anche nelle aberrazioni visive delle nostre foto che, intenzionalmente o meno, si allontanano dal vero, vagabondando nel territorio della poesia.

Autore: Clèment Chèroux  Italiano, brossura 11×19

Edizioni: “Piccola Biblioteca Einaudi”
146 pagine

Clèment Chèroux è conservatore del fondo fotografico del Centre Pompidou. Storico della fotografia, ha insegnato all’università di Paris I, Paris VIII e all’Ecol nationale supèrieure de la photographie di Arles. Caporedattore della rivista “Etudes photographiques”, è consigliere scientifico del Musèe Nicèphore-Nièpce di Chalon-sur-Saone e membro del consiglio d’amministrazione della Sociètè francaise de photographie.

“It is important to take bad pictures” (Diane Arbus)

[Marco Salvadori]